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Giurisprudenza

Versamento in contanti: non basta
il volume d’affari a giustificarlo

I dati tratti dalle indagini bancarie sono la base degli accertamenti del Fisco se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto a imposta

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È legittimo l’accertamento bancario a carico dell’imprenditore che non è in grado di produrre documentazione contabile idonea a giustificare in maniera analitica i versamenti contestati sul conto corrente a nulla rilevando, ai fini probatori, l’adozione di un regime di contabilità semplificata e la generica corrispondenza tra i ricavi contabilizzati e i versamenti. Il giudice di merito è inoltre obbligato a valutare il dato oggettivo, costituito dall'entità di versamenti in conto corrente superiore a quella giustificata, posto a fondamento della motivazione dell’atto impositivo dell’Amministrazione finanziaria.
Questi sono i principi espressi dalla Corte di cassazione nell’ordinanza n. 15538 depositata il 21 luglio 2020.

I fatti
Con avviso di accertamento, recante le risultanze del processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza, l’Agenzia delle entrate ha contestato a un esercente l’omessa dichiarazione di ricavi derivanti dalla vendita di prodotti di monopolio e da bar, collegati ai versamenti in contante non giustificati riscontrati dopo l’attivazione delle indagini bancarie.
L’imprenditore ha impugnato l’atto impositivo e il ricorso è stato accolto dai giudici di prime cure, che hanno deciso per l’annullamento dell’avviso di accertamento ritenendo che il contribuente avesse giustificato versamenti in contante per circa 500mila euro, provenienti dalle vendite dei prodotti di monopolio e dagli incassi del bar, perché in misura corrispondente ai ricavi dichiarati nel periodo d’imposta.
La decisione è stata confermata anche in appello e l’ufficio finanziario ha quindi impugnato la decisione della Ctr, lamentando violazione dell'articolo 32 del Dpr n. 600/1973 avendo la Commissione tributaria regionale ignorato il principio, oramai consolidato in giurisprudenza, secondo cui i dati e gli elementi tratti dalle indagini bancarie sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto a imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine.
La Corte di cassazione ha ritenuto fondato tale motivo di ricorso e ha cassato con rinvio la sentenza impugnata.

La decisione
Nel caso di specie il contribuente, a cui l’Erario aveva contestato l’omessa giustificazione di numerosi versamenti di denaro contante sul proprio conto corrente riscontrati dalla Guardia di finanza, non aveva prodotto alcun documento contabile in grado di dimostrare la natura reddituale di tali somme o l’irrilevanza a tal fine delle stesse, recando come unica giustificazione l’adozione di un sistema di contabilità semplificata che non rendeva possibile tali riscontri.
Tale circostanza non era stata valutata negativamente dai giudici di merito, sia di primo che di secondo grado, che semplicemente avevano riscontrato che l’ammontare complessivo delle somme versate in contante fossero congrue rispetto ai ricavi dichiarati nel periodo d’imposta controllato, tanto da ritenere improbabile l’omessa dichiarazione di ricavi conseguiti dall’attività. I giudici di merito avevano inoltre ignorato il fatto che, in molti casi, i versamenti giornalieri di denaro liquido erano stati multipli mentre, per altri periodi, non risultavano effettuati versamenti o risultavano versamenti di esiguo importo, il che faceva dubitare della riferibilità dei versamenti con gli incassi dichiarati.
In definitiva, dalla gestione dell’attività emergente dal controllo delle movimentazioni bancarie i verificatori hanno evinto un ampio utilizzo di denaro contante da parte dell’imprenditore controllato e un conseguente scarso uso di moneta elettronica anche per far fronte alle esigenze quotidiane. Inoltre, a fronte delle richieste dell’ufficio finanziario il contribuente era riuscito a giustificare solo una parte dei versamenti di contante, senza fornire alcuna documentazione di supporto valida per il superamento dell’onere probatorio sull’eccedenza versata.
La norma sancita dall’articolo 32 del Dpr n. 600/1973 pone una presunzione legale semplice che spetta al contribuente superare con una adeguata prova contraria, che può anche essere affidata a presunzioni. L’onere probatorio tuttavia non può ritenersi superato solo sulla probabilità che i versamenti non giustificati siano ricompresi nel volume d’affari dichiarato perché questo porterebbe ad una sostanziale svalutazione dei dati risultanti dal controllo sulle movimentazioni bancarie posto a base dell’avviso di accertamento. Tale approccio analitico deve riguardare tanto il contribuente quanto il giudice di merito, che è obbligato a esaminare e valutare quanto dedotto e documentato dal contribuente (cfr Cassazione nn. 7371/2020 e 30786/2018).

L’errore in cui sono incorsi i giudici di merito è stato quello di spostare i termini della controversia dalla mancata giustificazione di operazioni bancarie, presuntivamente rilevanti sul piano fiscale, alla potenziale congruità dei versamenti rispetto ai ricavi dichiarati dall’imprenditore.
In tal modo però è stata omessa qualsiasi valutazione del dato oggettivo, costituito dall'entità di versamenti in conto corrente di ammontare superiore rispetto alla massa giustificata, sulla quale prima il p.v.c. e dopo l'atto impositivo si erano essenzialmente fondati, così violando nella sostanza l'articolo 32 del Dpr n. 600 del 1973 e la presunzione legale (semplice) in esso prevista.
Resta infatti fermo l’obbligo in capo al giudice di merito di operare una verifica rigorosa dell’efficacia dimostrativa delle prove fornite dal contribuente a giustificazione di ogni singola movimentazione accertata (in tal senso Cassazione n. 21800/2017).

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