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Normativa e prassi

La sentenza di cassazione con rinvio
rende la lite pendente in primo grado

L’equiparazione discende dalla considerazione che, in caso di mancata riassunzione a seguito di quanto statuito dalla Corte suprema, si consoliderebbe l’originario atto impositivo

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In caso di sentenza di appello cassata con rinvio, ai fini della definizione agevolata della controversia tributaria pendente, è dovuto un importo commisurato al 90% del relativo valore, analogamente a quanto previsto per i ricorsi pendenti dinanzi alla Commissione tributaria di primo grado.
È, in sintesi, il contenuto della risposta n. 84/2019 data a un contribuente in contenzioso con l’Agenzia delle entrate per un avviso di accertamento.

Dopo le pronunce delle Commissioni tributarie a lui favorevoli, la Corte di cassazione ha cassato con rinvio la sentenza di appello. Volendo aderire alla definizione agevolata delle controversie pendenti in cui è parte l’Agenzia delle entrate (articolo 6, Dl 119/2018), chiede quale sia la somma da pagare, in considerazione del fatto che la norma non prevede il caso in cui entrambi i gradi di merito siano stati favorevoli al contribuente, la Corte suprema abbia annullato la sentenza di secondo grado per motivi processuali e i termini per la riassunzione non siano ancora spirati.
Infatti, per la definizione delle liti tributarie pendenti, è previsto il versamento di un importo commisurato al valore della controversia, diversificato in base allo stato e al grado di giudizio:

  • 90%, in caso di ricorso pendente iscritto nel primo grado
  • 40%, in caso di soccombenza dell’Agenzia delle entrate nella pronuncia di primo grado
  • 15%, in caso di soccombenza dell’Agenzia delle entrate nella pronuncia di secondo grado
  • 5%, in caso di controversie pendenti innanzi alla Cassazione, per le quali l’Agenzia delle entrate risulta soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio.

Secondo l’Agenzia, la disciplina applicabile al caso rappresentato può essere desunta dalle norme processuali. In particolare, l’articolo 393 cpc dispone che, nei casi di mancata o intempestiva riassunzione del giudizio dinanzi al giudice del rinvio, “…l’intero processo si estingue” e – come statuito da Cassazione n. 17372/2002 – c’è “…conseguente caducazione di tutte le sentenze emesse nel corso dello stesso…”.

In proposito, in vari documenti di prassi, l’Amministrazione finanziaria ha affermato che “è principio fermo nella giurisprudenza di legittimità e nella riflessione della pressoché unanime dottrina processualistica che il giudizio di rinvio (…) costituisce una fase nuova ed autonoma, ulteriore e successivo momento del giudizio (…) diretto e funzionale ad una sentenza che non si sostituisce ad alcuna precedente pronuncia, riformandola, ma statuisce direttamente sulle domande proposte dalle parti”.

Pertanto, in considerazione del fatto che in caso di mancata riassunzione a seguito del rinvio operato dalla Cassazione si consoliderebbe l’originario atto impositivo, per la definizione agevolata è dovuto un importo pari al 90% del valore della controversia, analogamente a quanto previsto per i ricorsi pendenti dinanzi alla Commissione tributaria di primo grado.

Del resto, anche la Relazione illustrativa al Dl n. 119/2018 precisa che “Nel caso in cui sia intervenuta sentenza di Cassazione con rinvio, la controversia si considera pendente in primo grado senza decisione, in coerenza con la previsione dell’articolo 68, comma 1, lett. c-bis, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 in materia di riscossione in pendenza del giudizio di rinvio”.

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